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  Ensayo de Danilo Manera sobre Pedro Juan Gutiérrez  
 

L’eretico insonne

Por DANILO MANERA, Crítico y escritor italiano, profesor de Literatura y Cultura Española Contemporánea en la Universidad de Milán y editor de Edizioni Estemporane.

Este ensayo cierra la antología poética de Pedro Juan Gutiérrez, Non aver paura, Lulù / No tengas miedo, Lulú, Roma 2006, preparada por Manera.

Danilo Manera

   Pedro Juan Gutiérrez, nato a Matanzas nel 1950 e laureato in giornalismo all’Avana, ha esercitato fin da ragazzino molti mestieri: gelataio, strillone, soldato, istruttore di kayak, bracciante e tagliatore di canna da zucchero, lavorante in un cantiere di costruzioni, disegnatore tecnico, annunciatore radiotelevisivo, giornalista di agenzie e riviste. Il suo caso è esploso nell’autunno 1998, con i racconti della Trilogía sucia de La Habana (Trilogia sporca dell’Avana) pubblicati dall’editrice Anagrama di Barcellona, che ha in seguito dato alle stampe i romanzi El Rey de La Habana (Il Re dell’Avana, 1999), Animal tropical (Animale tropicale, 2000), Nuestro GG en La Habana (Il nostro GG all’Avana, 2004), i racconti di El insaciable hombre araña (L’insaziabile uomo ragno, 2002) e Carne de perro (Carne di cane, 2003) e il primo volume di un ciclo autobiografico fittizio, El nido de la serpiente. Memorias del hijo del heladero (Il nido del serpente. Memorie del figlio del gelataio, 2006). I testi cortazariani di Melancolía de los leones (Malinconia dei leoni) sono invece usciti per l’editrice Unión dell’Avana nel 2000. Tradotto in oltre 15 lingue, in italiano è pubblicato dall’editrice romana E/O. Celebre quanto controverso, Pedro Juan Gutiérrez è il feroce interprete di un cumulo insostenibile fatto di disperazione, caos, disfacimento, noia, miseria, crudeltà, fuga nel sesso e nell’alcol. Una realtà gridata senza filtri negli anni in cui i media cubani negavano tutto ciò, nonostante un decennio di stenti. Il che gli ha causato qualche guaio, ma non ha preso posizioni politiche e ora è accettato, anche se nelle librerie cubane è ben poco presente.

Pedro Juan Gutiérrez (© DANILO MANERA)    Vado a trovarlo nel brulicante e diroccato quartiere di Centro Avana, tra il benestante Vedado e la monumentale Avana Vecchia restaurata. Vive sull’altissima terrazza del tetto di un edificio in calle San Lázaro, di spalle al lungomare del Malecón, a sua volta simile a una bizzarra dentatura leccata dal salmastro, con spazi vuoti, carie e capsule lucidissime. “La letteratura che scrivo” mi dice Pedro Juan “è schizofrenica, paranoica, in perenne
conflitto. Mi compenetro profondamente con i miei personaggi, soffro o godo o mi ubriaco con loro. Eppoi ricordo molto di quel che mi è accaduto. Mi tiro fuori le cose dalle viscere, senza pietà per me stesso: quando finisco un libro, emozionalmente sono sfinito. Non so scrivere con la punta delle dita. E cerco lettori che mi somigliano, un po’ matti e ribelli, gente che rischia.” Accarezzando la leggenda che gli attribuisce una vita dissoluta e violenta, Pedro Juan parla della sua natura invece frugale e stoica, del suo interesse per il misticismo, la religiosità popolare e lo yoga, soprattutto delle sue poesie, scritte a mano, quasi di getto, in forma di semi incoscienza, per poi rielaborare le immagini su una vecchia macchina da scrivere. “Frequentare a lungo la poesia insegna a scrivere lentamente, parola per parola, con il ritmo giusto, senza fretta, cambiando ogni volta che si vuole, in piena libertà e in costante meraviglia. Insegna ad amare le parole e giocarci, e il gioco creativo aiuta a tener lontane le paure.” Da quei versi nascono i suoi racconti. E non di rado l’intuizione poetica prende forma visuale. Mi mostra alcuni suoi disegni e collage: frasi incisive vergate a ghirigoro in più direzioni, pennellate buie, garze e cordini, un rapace, punti di colore e bagliori di ritagli.

   Il Pedro Juan Gutiérrez poeta e pittore non è conosciuto, anche se proprio lì sono i suoi inizi, come racconta lui stesso: “Scrivo poesia da quando avevo tredici anni. Il mio primo componimento intenzionale fu un orribile acrostico in rima dedicato a una fidanzatina di allora, che si chiamava María Elena. Glielo diedi con un fiore e funzionò, così mi dissi che valeva la pena di ripetere quel trucco! Infatti continuai a scrivere versi per amori a distanza. Mi misi a leggere quintali di poesia, e a perfezionare quella che scrivevo: divenne una passione inarrestabile. Conservo da qualche parte migliaia di fogli, che non si pubblicheranno mai, sono troppo intimi. Sui trent’anni preparai tre o quattro raccolte per mandarle a premi letterari, ma non vinsi nulla. Uscirono solo poche poesie su rivista. Dato che nessuno pubblicava, verso il 1984 mi venne in mente di fare dei collage. Mia moglie di quell’epoca lavorava in banca e mi fotocopiava le poesie illustrate, che io poi spedivo per posta (che allora funzionava) agli amici, a Cuba e anche all’estero. E le appendevo nel mio ufficio, a Pinar del Río. Li videro dei messicani che praticavano la poesia visiva nella linea dei surrealisti, dadaisti, costruttivisti russi e così via. E mi invitarono alla Biennale Internazionale di Poesia Visiva e Sperimentale, dove entrai in contatto con gli antecedenti teorici di quel che facevo in modo spontaneo. Un amico pittore apprezzò quei lavori e mi incoraggiò ad allestire una mostra. Ma tutto avvenne per caso: mi divertivo come un bambino. Nel 1987 esposi le poesie a Pinar del Río, L’Avana, Matanzas e Isla de la Juventud. Piacquero parecchio e un altro amico mise in moto Ne ho solo più una copia, vado a prenderla perché tu la veda.”

   Pedro Juan entra in casa e poi torna sulla terrazza con un libriccino di 64 pagine, intitolato La realidad rugiendo (La realtà che ruggisce), edito dalla Dirección Provincial de Cultura di Pinar del Río nel 1987. “Caspita, qui sì sembri un funzionario diligente, un po’ ribaldo!” mi lascio sfuggire. “Ma certo!” ride. “Un impiegato governativo marxista convinto, con tanto di camicia guayabera e risultati sportivi… Be’, negli anni ‘80 ho partecipato a mostre e incontri in Brasile, Stati Uniti, Spagna, Italia e altri paesi. Viaggiavo anche per lavoro, come giornalista.” Le poesie sono rimaste per lui un fatto intimo e necessario, amate ma non divulgate. È stata ancora una volta la linea dell’amicizia a recuperarle. Due raccolte sono uscite in Argentina: Espléndidos peces plateados (Editorial Nueva Generación, Buenos Aires 1996) e Fuego contra los herejes (Faro Editorial & Culturales Hierbabuena, Buenos Aires 1998). Si tratta di testi datati 19 gennaio - 20 giugno 1994 nel primo caso e settembre 1995 - agosto 1996 nel secondo, quindi contemporanei alla stesura della Trilogia sporca dell’Avana che ha dato fama mondiale all’autore. Dopo il successo, è stata pubblicata in Canada un’edizione bilingue spagnolo-francese di Yo y una lujuriosa negra vieja (Lanctôt, Montréal, 2005), i cui componimenti sono datati giugno 2002 - marzo 2003. Noi abbiamo deciso di fare una scelta da queste tre raccolte, esaurite le prime e introvabile la terza in Europa. Il testo a fronte ha quindi un valore aggiunto speciale, giacché dà la prima occasione di leggere nel vecchio continente la poesia di Pedro Juan Gutiérrez, il quale ha nel cassetto, tra l’altro, la raccolta inedita Lulú la perdida y otros poemas de John Snake (2004-2005). Per dare un assaggio della sua ricerca visiva proponiamo invece una selezione dalla raccolta inedita No tengas miedo, Lulú. Y otros poemas visuales (realizzata a Madrid tra fine 2005 e inizio 2006). Crediamo che l’insieme delle quattro fonti testimoni sia l’epoca rabbiosa d’incubazione, sia l’articolato percorso odierno.

   Questi versi hanno un andamento narrativo, sono intessuti di immagini e scene ricorrenti, quasi ossessive, sfacciate o angosciose, strazianti e senza dolcezza. Il poeta si sente un intruso disperato, con in pancia una manciata di vetri rotti che lo tiene sveglio, a registrare i fallimenti privati e le asprezze collettive, in un mondo cinico e rumoroso, tra spezzoni di slogan incomprensibili e il quotidiano arrangiarsi, l’ombra della morte e l’ansia animale e sorgiva di vivere, raggrumata Pedro Juan Gutiérrez - Non aver paura, Lulù / No tengas miedo, Lulú
in sesso sfrenato e spiragli di trascendenza, anche solo nelle vesti dei culti sincretici afrocubani della santería, le cui divinità (gli orishas) compaiono ripetutamente, come pure, in una pagina, la figura di una santera, cioè indovina-guaritrice e maestra di riti. A fare da contrappeso al torrido clima tropicale, c’è un’inaspettata presenza del freddo e del distante (dalla Scandinavia alla Patagonia, dal Massachussetts ad Amsterdam), schegge dell’esperienza di un instancabile viaggiatore. Visto il taglio, è parsa opportuna una strategia traduttiva di accurata aderenza all’originale, con pochi spostamenti di contenuto da un verso all’altro e poche licenze, peraltro ragionate con l’autore.

   Devo ammettere che i primi racconti di Pedro Juan Gutiérrez all’inizio mi provocarono rigetto. In seguito, grazie all’insistenza di amici cubani e italiani (soprattutto di Tiziana Gibilisco, traduttrice di rara perizia e sintonia), ho ripreso in mano l’autore, cominciando dai romanzi per poi tornare alla Trilogia. Così ho capito (ma prima “sentito” come in una scudisciata luminosa, e poi elaborato razionalmente) la rabbia e la secchezza, la tremenda autenticità di quegli scritti, in cui oggi riconosco una coraggiosa indagine sull’essere umano in una situazione limite, nel caso concreto la drammatica realtà della crisi economica dopo la caduta del blocco sovietico, eufemisticamente definita período especial, e della corrosione morale che ha comportato. Quel mio disagio era non a caso provocato da storie che escono grezze da una pietra sozza e tagliente, come torsi di figure quasi mostruose, con l’interrogante ruvidità di prigioni michelangioleschi. E ho percepito che non si trattava di un’estetica gratuita del brutto e perverso o di una posa per opportunismo commerciale, bensì di una scrittura con una dirompente e liberatoria valenza di denuncia. Pedro Juan Gutiérrez racconta i terrori, gli incubi e i segreti dell’Avana e del proprio animo, con onestà e sincerità, mettendosi negli scomodi panni del “rimestatore di merda”, davanti a cui tutti storcono il naso. Tanto più in un contesto come Cuba, dove televisione e giornali hanno spesso mostrato un paese ideale, senza nulla di preoccupante, agli antipodi di quello che tutti avevano sotto gli occhi.

   “L’arte serve a qualcosa se è irriverente e tormentata, indecente e incollerita. Solo così può mostrarci l’altra faccia delle cose, quella che non vogliamo mai vedere per evitare fastidi alla coscienza” mi dice sulla sua terrazza. “La letteratura può aiutarci a capire un po’ meglio la nostra specie predona, intollerante e autodistruttiva. È uno dei pochi spazi di libertà di pensiero, in un mondo anestetizzato dall’intrattenimento. Dunque bisogna essere inflessibili. Io sono crudelissimo, innanzitutto con i personaggi cui tengo di più. La morale dei miei libri è quella del sopravvissuto.” Mi viene in mente un brano della Trilogia, in cui il protagonista confessa di essersi messo a scrivere racconti crudi, con il grugno al suolo, perché deluso dal giornalismo imbavagliato, malsano e vile, un gioco dalle regole troppo strette, in cui si poteva solo dire “sì”. Invece quei racconti spogli potevano uscire nudi per strada a gridare “Libertà!”. Pedro Juan Gutiérrez fu radiato dal giornalismo dopo la pubblicazione di quel libro, trasformandosi in una specie di fantasma, ma sottolinea che con l’appoggio dell’Unione degli Scrittori e Artisti di Cuba, prestigiosa associazione ufficiale della quale è rimasto membro, ha potuto ricostruirsi una sua dimensione, perché vuol vivere qui, andandosene magari di tanto in tanto, ma per poi tornare. Mi parla sornione della sconvenienza dell’eresia: la congiuntura non è più sfavorevole come in epoche in cui si pagava un prezzo molto alto, ma anche se non ci sono più roghi, si fa presto a inventare castighi molto sottili.

   Aiutiamo il tramonto a crollare sulla baia con una bottiglia di rum senza etichetta. Ricordo una sua poesia: “Il crepuscolo è un vizio che ti segna. / L’ora di nessuno ti stampa in faccia / frustate esolitudine / e ti obbliga ad abbassare la testa.” Dall’alto sembra di scorgere i personaggi che popolano i versi di Pedro Juan. Mi parla delle cicatrici dell’amore, di come gli sia connaturale essere insieme affettuoso e infedele, e della sua attuale moglie, la mulatta che gli riempie la vita. Poi indica un punto nel labirinto di mura scrostate, tutte puntelli e rattoppi, e dice che gli restano da scrivere storie che adesso sono troppo scabrose o dolorose: bisognerà procedere come quando si parla con un morto tramite una santera medium. “Sono riuscito a non suicidarmi, come hanno fatto alcuni dei miei amici, che non hanno retto il peso e sono scoppiati. Io mi sono mantenuto a galla. Imparando a vivere nel disordine, nel ribollire. Indurendomi. Ora vorrei un po’ di leggerezza, un po’ di serenità e di silenzio. Dissolvermi.” Ne ha abbastanza di quelle strade dolenti là sotto, che l’hanno spossato, e vuol trasferirsi fuori città, vicino a una spiaggia, allontanarsi. Accende nella semioscurità un sigaro qualunque e segnala con la punta incandescente verso est, oltre il faro. “Alla fine non importa se arrivo. / Non importa se ti trovo. / Quel che conta è il viaggio. / Quello di cui ho bisogno è l’altra isola.” Di notte non si vedono le rovine e le rughe, tornano il fresco e i sogni. L’Avana s’illumina parsimoniosa e sensuale, gonfia di sospiri, di bandiere, di tamburi, di sudore, di vento, di attese.

© Danilo Manera

Pedro Juan Gutiérrez - Non aver paura, Lulù / No tengas miedo, Lulú Este epílogo cierra la antología poética de Pedro Juan Gutiérrez Non aver paura, Lulù / No tengas miedo, Lulú, Edizioni Estemporanee, Roma 2006, ISBN 9788889508091, preparada por el crítico y escritor italiano Danilo Manera, profesor de Literatura y Cultura española contemporánea en la Universidad de Milán.

 

     
       
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