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Quell’angolo di terrazza era il più
lercio di tutto l’edificio. Appena cominciata la crisi,
nel 1990 , lei aveva perso il suo lavoro di donna delle pulizie.
E aveva fatto come tutti gli altri : si era procurata qualche
pollo, un maiale, alcuni piccioni. Si era fatta delle gabbiette
con delle tavole di legno marcio, pezzi di lamiera, spezzoni
di travi e fil di ferro. Un po’ ne mangiavano e gli
altri li vendevano. E avevano tirato avanti, nel puzzo e nella
merda di tutti quegli animali. A volte l’acqua mancava
per giorni. Allora lei sgridava i bambini, li buttava giù
dal letto appena faceva giorno e a schiaffi e spintoni li
mandava giù, quattro piani di scale, a prendere qualche
secchio di acqua da un pozzo che, incredibile ma vero, si
trovava proprio lì all’angolo, coperto da un
tombino delle fogne.
...
Erano le sette di sera,
ma il sole era ancora alto e rovente. Camminò piano,
e quando fu davanti all’ hotel Deauville si fermò
a riposare seduto sul muretto. C’era poca gente. Di
notte quel posto è pieno di jineteras, finocchi, travestiti,
drogati, provinciali che non capiscono niente, segaioli, venditrici
di manì, puttanieri che vendono rum e tabacco adulterati
e cocaina pura, puttanelle appena importate dalla provincia,
musicisti di strada con chitarre e maracas, venditrici di
fiori, risciò con i loro conducenti tuttofare, poliziotti,
aspiranti all’emigrazione. E ancora donne infelici,
vecchie, bambini, i più poveri fra i poveri, la cui
unica occupazione consiste nel chiedere instancabilmente l’elemosina.
Quando un turista incauto e immalinconito atterra in mezzo
a questa fauna poco aggressiva, ma furba e convincente, in
genere cade in trappola, affascinato. Decide di comprare rum
o tabacco di merda, fermamente convinto che sia tutta roba
buona, originale, e si sente un tipo davvero sveglio e fortunato.
A volte nel giro di qualche mese sposa una di quelle splendide
ragazze, o si mette con uno di quei giovani segaioli. Dopo
tante prodezze il nostro turista garantisce agli amici in
patria di aver raggiunto la vera felicità, sostiene
che la vita ai tropici è meravigliosa e che gli piacerebbe
investire quaggiù i suoi risparmi e comprarsi una casetta
vicino al mare per viverci con la sua negretta graziosa e
compiacente, abbandonando per sempre il freddo e la neve e
senza più vedere le persone educate, precise, calcolatrici
e silenziose del suo paese. Cade insomma in un trance ipnotico,
ed esce dalla realtà.
“ Uhm, tutto
è possibile dove ci sono i soldi” pensò
Rey. Si alzò e si avvicinò al giardiniere.
“ Socio, dammi
un po’ d’acqua per lavarmi la faccia”.
“ Quello di cui
hai bisogno è una bella doccia completa, ma con tanto
di sapone e di striglia. Fatti in là, che mi passi
i pidocchi”.
“ No, non ce li
ho; li ho avuti, ma adesso non ce li ho più”.
“ Ah ah ah!”.
Rey si sciacquò
la faccia e rimase a osservare il tipo. Poi gli venne un’idea
.
“ Fratello , ci
sarà mica qualcosa da fare anche per me, da queste
parti?”.
“ Per te? Non credo
proprio”.
“ E perché?
Sono forte: ho lavorato come scaricatore, come..”.
“ Capisco. Ma qui
ci vogliono i requisiti. Questa è Area Dollaro”.
“ Sarebbe a dire?”.
“ Area Dollaro.
Non sei cubano?”.
“ Credo proprio
di sì”.
“ Credi?”.
“ Uhm “.
“ Ah”.
“ E che tipo di
requisiti ci vogliono?”.
“ Ecco: bisogna
essere laureati, militanti del partito, aver meno di trent’anni
e parlare almeno una lingua straniera”.
“ Cazzo! “.
“ Il mese scorso
assumevano venti persone, e se ne sono presentate trecento.
Tutte con i requisiti completi. Da ogni angolo del paese”.
“ Che posti erano?”.
“ Di tutti i tipi.
Io per esempio sono ingegnere civile, sette anni d’esperienza
lavorativa. E parlo correntemente inglese francese”.
“ Un ingegnere
come giardiniere? Ma è un lavoro che potrei fare anch’io”.
“ Ma figurati!
Tu non avresti la minima possibilità di essere assunto.
E adesso è meglio che te ne vada. Nemmeno un piede
ti ci lascerebbero mettere ,qui!”.
“ Sì, me
ne vado, però … cazzo, è che ho una fame
boia!”.
“ No, non qui non
c’è niente che possa fare al caso tuo. Vattene
ora, fila! Se ti beccano le guardie dell’albergo ti
buttano fuori con le maniere dure”.
“ Dov’è
che gettano l’immondizia?”.
“ E se ti beccano
a frugare nell’immondizia… Beh, sono fatti tuoi.
In quei contenitori là in fondo; ma guarda che io non
ti ho detto nulla. La cosa non mi riguarda”.
“ Cazzo, compare,
lasciami vivere !”.
“ Io non ti sono
affatto compare. E non ti voltare nemmeno a guardarmi”.
...
(…) Lei gli strofinò
il petto e il collo con l'acqua di colonia, e glielo fece
diventare duro come un palo. Alla vecchia brillavano gli occhi.
Fece una faccia allegra, e in un istante sembrò tornare
indietro dai cinquant'anni che aveva ai passati, gloriosi,
venti.
"Accidenti, che bell'arnese!".
E lo afferrò con entrambe le mani,
stringendolo. Gli accarezzò le palle. Era uno splendido,
grosso uccello di ventidue centimetri, color cannella scuro,
con una peluria nera brillante. Rey non faceva sesso da molto
tempo. L'aveva messo in culo a qualche frocetto del riformatorio,
ma laggiù i finocchi non erano molto numerosi e gli
altri se li contendevano a pugni. Con grande divertimento
delle checche: li faceva impazzire vedere i maschietti picchiarsi
per loro. Anche lui un paio di volte ne aveva conquistato
uno facendo a pugni, ma poi aveva deciso che non ne valeva
la pena. Certo, ogni notte si masturbava, ma non era come
un buon pompino esperto seguito da una bella fica umida e
odorosa con tanto di tette, un bel faccino dai capelli lunghi
e il culo come optional, tanto per cambiare.
E Fredesbinda era la regina dei pompini.
Era sempre stata orgogliosa della sua abilità nel succhiarlo.
Se lo tolse di bocca solo un attimo, giusto il tempo di chiudere
la porta, spogliarsi, gettare Rey sul letto e buttarglisi
sopra. E riprese a succhiare. Poi se lo mise dentro lei stessa,
ansiosa di provarlo. Aveva una fica scura, ma altrettanto
risucchiante della bocca, muscolosa, potente. Rey ebbe tre
orgasmi senza perdere l'erezione, e lei non ne aveva ancora
abbastanza. Alla fine, sudati e sfiniti, si addormentarono.
Faceva un caldo bestiale, e si svegliarono intontiti.
Mangiarono un po' di riso e fagioli. Fredesbinda
gli diede due pesos, e Rey andò a farsi tagliare i
capelli. Si sentiva bene. Aveva ritrovato la fiducia in se
stesso Farsi una bella scopata e sapere di aver soddisfatto
una donna è sempre una cosa stimolante. Rey si sentiva
molto maschio. Vigoroso come non mai.
Quando tornò dal barbiere sembrava
un altro. Rasato, coi capelli corti, gli abiti puliti e un
paio di ciabatte di gomma quasi nuove. Ma anche così
dimostrava più di sedici anni. Avrebbe potuto averne
ventidue, o anche ventiquattro. Il suo viso aveva un'espressione
dura. E aveva fame, una gran fame.
Passò una settimana. Né lui
né Fredesbinda lavoravano. Sempre chiusi in casa a
scopare, mangiare e bere rum. Le "perle" di Rey
la facevano impazzire.
"Papi, ma dove hai preso queste due
perle che hai sull'uccello? Non avevo mai visto niente del
genere. Tu devi essere pazzo, mandrillone!".
Rey imparò a usare le "perle"
strofinandole contro il clitoride di Fredesbinda. E quelle
due "perle" lo trasformarono definitivamente nell'Uomo
dal Cazzo d'Oro.
Poi i soldi e il cibo della vecchia finirono.
Scopavano sempre tre o quattro volte al giorno, e lei dimagriva
sempre di più, ogni giorno aveva più rughe e
il collo coperto di succhiotti violacei. Rum, sigarette, sesso
e la radio per ascoltare un po' di musica. Salsa delle migliori.
Questa è vita! E così dev'essere, sempre! Cos'altro
si può volere? (…)
...
(...)
Una mattina Rey si incamminò verso il suo vecchio quartiere,
San Lázaro. Chissà che ne era stato di Fredesbinda?
Era molto che non passava da quelle parti. Tutto era come
prima. Fredesbinda venne ad aprirgli la porta della terrazza.
Con espressione angosciata.
“ Rey, pensavo che fossi morto! Te
ne sei andato senza dire nemmeno ciao”.
Rey attraversò la terrazza fino alla stanza di Frede,
e il pensiero che la sua infanzia era trascorsa proprio lì
accanto non gli sfiorò nemmeno il cervello. Non guardò
da quella parte. Aveva cancellato tutto. Nella stanza di Fredesbinda
c’era sua figlia. La piccola jinetera tanto carina per
cui si facevano le seghe lui e il suo fratello. Intatta, bellissima,
ben vestita in mezzo al sudiciume e al perenne odore di cacca
di pollo. Portava degli occhiali neri e ascoltava musica.
Quando lui entrò non si girò a guardarlo.
“ Tatiana, saluta questo mio amico.
È Reynaldito, quello che abitava qui accanto, ti ricordi?”.
La ragazza tese la mano a mezz’aria,
aspettando che venisse stretta. Con un dolce sorriso. Rey
le diede la mano.
“ Buongiorno”.
“ Tatiana, davvero non ti ricordi
di lui? L’incidente, quel giorno... la polizia venne
a prenderlo... non ti ricordi?”.
“ Sì, certo”.
Tatiana continuava a guardare da un’altra
parte. Rey capì che doveva essere successo qualcosa.
Rivolse a Fredesbinda una muta domanda, e lei, sempre a gesti,
rispose che la ragazza non ci vedeva. Uscirono nuovamente
sulla terrazza, per poter parlare senza che lei li udisse.
Fredesbinda piangeva a calde lacrime.
“ Ahimé, Rey, madre santa,
questo è un castigo di Dio!”.
“ Cosa le è successo?”.
“È tornata cieca. Con gli occhi
vuoti”.
Fredesbinda era soffocata dai singhiozzi.
“ Calmati un po’, Frede. Come
è stato?”.
“ Ma io gliela faccio pagare... voglio
gettargli il malocchio... mi costasse la vita! Hanno rovinato
mia figlia!”.
“ Frede, calmati, non riesco nemmeno
a capire cos’è successo”.
“ Ahimé, Rey, madre santa!”.
Ancora lacrime, ancora singhiozzi e sospiri
smorzati nella speranza di non farsi udire da Tatiana. Rey
zitto. Forse era meglio andarsene. Se non voleva dirgli cos’era
successo, forse era meglio che se ne andasse. Fece
il gesto di avviarsi. Fredesbinda l’afferrò per
un braccio.
“ Non andartene, Rey... Rey mio, lasciami
sfogare un po’! Non so più che fare”.
Rey incrociò le braccia, aspettando.
Dopo altre lacrime e altri singhiozzi Fredesbinda riuscì
a controllarsi un po’.
“ Le hanno fatto firmare una carta
e le hanno tolto gli occhi”.
“ Ha venduto i suoi occhi?”.
“ No. La carta diceva che lei li
donava alla figlia di quell’uomo. La carta era scritta
in un’altra lingua, e lei non sapeva cosa le stavano
facendo firmare... ah, che disgraziato! E sembrava una persona
così perbene, tanto fine ed educato!”.
“ E dov’è quella carta?
Non sei andata alla polizia?”.
“ La carta ce l’ha lei, ma non
si capisce niente. È in un’altra lingua”.
“ Però... vedo che è
tranquilla”.
“ Quando è arrivata era quasi
pazza. L’avevano caricata su un aereo per rimandarmela
indietro. Ah, Rey, ma quello stronzo deve pagare... aveva
un mucchio di soldi: perché l’ha fatto? Ha accecato
la mia bambina. L’ha ingannata”.
“ Prenditi una pasticca, Frede, sei
troppo agitata”.
“ Sono riuscita a farmi dare del Diazepam,
ma lo do a lei, è quasi pazza. Io non dormo più,
Rey. Da quando tutto questo è cominciato... lei usciva
sempre con gli stranieri, di notte, e io le dicevo bambina
mia, fai attenzione, ma lei non mi dava retta... ahimé,
la gioventù, Dio mio...”.
Fredesbinda piangeva disperatamente. Se
riusciva a tranquillizzarsi un minuto, dopo ricominciava peggio
di prima. Senza parlare Rey andò da Tatiana. La guardò
bene. Era uguale a prima. Bellissima. Se avesse avuto i soldi,
e una casa, se la sarebbe presa lui, l’avrebbe addirittura
sposata legalmente. Se gli fosse capitato fra le mani il tipo
che l’aveva rovinata, gli avrebbe strappato gli occhi
col coltello. Tornò da Fredesbinda.
“È così, Frede: la gente
coi soldi è più stronza di noi”.
Fredesbinda fece di sì con la testa.
Rey non si trattenne oltre. Andò alla porta, la lasciò
aperta per non far rumore e scese lentamente le scale. (...)
...
Quando si svegliò
non riuscì nemmeno a capre se era giorno o notte. non
poteva quasi aprire gli occhi. Lui non lo sapeva, ma aveva
la febbre a quaranta, e poi a quarantadue. Vomitò.
Nausea, capogiri, mal di testa, delirio. Tutto quanto insieme,
per schiacciarlo come uno scarafaggio. Non poteva alzarsi.
Immagini folli gli attraversavano la mente. Una dietro l’altra.
Sua madre che moriva con quel ferro piantato nel cervello.
La nonna, stecchita davanti a lui. Suo fratello, spiaccicato
sull’asfalto. Lui che chiedeva l’elemosina con
il santo in mano. Aveva sete. Molta sete. Voleva dell’acqua.
“ Magda, dammi un po’ d’acqua. Acqua Magda
acqua Magda acqua Magda acqua Magda…”. Non poteva
parlare, lo pensava solo. Una morte orribile. L’agonia
durò sei giorni e sei notti. Poi perse conoscenza.
E infine morì. Col corpo che già marciva per
i morsi dei ratti. Il cadavere si decompose in poche ore.
Arrivarono gli avvoltoi. E lo divorarono a poco a poco. Un
festino di quattro giorni. Lo divorarono lentamente. Quanto
più si disfaceva, tanto più gli piaceva quella
carogna. E nessuno ne seppe mai niente.
© Pedro Juan Gutiérrez
Frammenti di Il
re dell'Avana
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