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Il re dell'Avana (frammenti)
Pedro Juan Gutiérrez


   Quell’angolo di terrazza era il più lercio di tutto l’edificio. Appena cominciata la crisi, nel 1990 , lei aveva perso il suo lavoro di donna delle pulizie. E aveva fatto come tutti gli altri : si era procurata qualche pollo, un maiale, alcuni piccioni. Si era fatta delle gabbiette con delle tavole di legno marcio, pezzi di lamiera, spezzoni di travi e fil di ferro. Un po’ ne mangiavano e gli altri li vendevano. E avevano tirato avanti, nel puzzo e nella merda di tutti quegli animali. A volte l’acqua mancava per giorni. Allora lei sgridava i bambini, li buttava giù dal letto appena faceva giorno e a schiaffi e spintoni li mandava giù, quattro piani di scale, a prendere qualche secchio di acqua da un pozzo che, incredibile ma vero, si trovava proprio lì all’angolo, coperto da un tombino delle fogne.

...

   Erano le sette di sera, ma il sole era ancora alto e rovente. Camminò piano, e quando fu davanti all’ hotel Deauville si fermò a riposare seduto sul muretto. C’era poca gente. Di notte quel posto è pieno di jineteras, finocchi, travestiti, drogati, provinciali che non capiscono niente, segaioli, venditrici di manì, puttanieri che vendono rum e tabacco adulterati e cocaina pura, puttanelle appena importate dalla provincia, musicisti di strada con chitarre e maracas, venditrici di fiori, risciò con i loro conducenti tuttofare, poliziotti, aspiranti all’emigrazione. E ancora donne infelici, vecchie, bambini, i più poveri fra i poveri, la cui unica occupazione consiste nel chiedere instancabilmente l’elemosina. Quando un turista incauto e immalinconito atterra in mezzo a questa fauna poco aggressiva, ma furba e convincente, in genere cade in trappola, affascinato. Decide di comprare rum o tabacco di merda, fermamente convinto che sia tutta roba buona, originale, e si sente un tipo davvero sveglio e fortunato. A volte nel giro di qualche mese sposa una di quelle splendide ragazze, o si mette con uno di quei giovani segaioli. Dopo tante prodezze il nostro turista garantisce agli amici in patria di aver raggiunto la vera felicità, sostiene che la vita ai tropici è meravigliosa e che gli piacerebbe investire quaggiù i suoi risparmi e comprarsi una casetta vicino al mare per viverci con la sua negretta graziosa e compiacente, abbandonando per sempre il freddo e la neve e senza più vedere le persone educate, precise, calcolatrici e silenziose del suo paese. Cade insomma in un trance ipnotico, ed esce dalla realtà.

   “ Uhm, tutto è possibile dove ci sono i soldi” pensò Rey. Si alzò e si avvicinò al giardiniere.

   “ Socio, dammi un po’ d’acqua per lavarmi la faccia”.

   “ Quello di cui hai bisogno è una bella doccia completa, ma con tanto di sapone e di striglia. Fatti in là, che mi passi i pidocchi”.

   “ No, non ce li ho; li ho avuti, ma adesso non ce li ho più”.

   “ Ah ah ah!”.

   Rey si sciacquò la faccia e rimase a osservare il tipo. Poi gli venne un’idea .

   “ Fratello , ci sarà mica qualcosa da fare anche per me, da queste parti?”.

   “ Per te? Non credo proprio”.

   “ E perché? Sono forte: ho lavorato come scaricatore, come..”.

   “ Capisco. Ma qui ci vogliono i requisiti. Questa è Area Dollaro”.

   “ Sarebbe a dire?”.

   “ Area Dollaro. Non sei cubano?”.

   “ Credo proprio di sì”.

   “ Credi?”.

   “ Uhm “.

   “ Ah”.

   “ E che tipo di requisiti ci vogliono?”.

   “ Ecco: bisogna essere laureati, militanti del partito, aver meno di trent’anni e parlare almeno una lingua straniera”.

   “ Cazzo! “.

   “ Il mese scorso assumevano venti persone, e se ne sono presentate trecento. Tutte con i requisiti completi. Da ogni angolo del paese”.

   “ Che posti erano?”.

   “ Di tutti i tipi. Io per esempio sono ingegnere civile, sette anni d’esperienza lavorativa. E parlo correntemente inglese francese”.

   “ Un ingegnere come giardiniere? Ma è un lavoro che potrei fare anch’io”.

   “ Ma figurati! Tu non avresti la minima possibilità di essere assunto. E adesso è meglio che te ne vada. Nemmeno un piede ti ci lascerebbero mettere ,qui!”.

   “ Sì, me ne vado, però … cazzo, è che ho una fame boia!”.

   “ No, non qui non c’è niente che possa fare al caso tuo. Vattene ora, fila! Se ti beccano le guardie dell’albergo ti buttano fuori con le maniere dure”.

   “ Dov’è che gettano l’immondizia?”.

   “ E se ti beccano a frugare nell’immondizia… Beh, sono fatti tuoi. In quei contenitori là in fondo; ma guarda che io non ti ho detto nulla. La cosa non mi riguarda”.

   “ Cazzo, compare, lasciami vivere !”.

   “ Io non ti sono affatto compare. E non ti voltare nemmeno a guardarmi”.

...

   (…) Lei gli strofinò il petto e il collo con l'acqua di colonia, e glielo fece diventare duro come un palo. Alla vecchia brillavano gli occhi. Fece una faccia allegra, e in un istante sembrò tornare indietro dai cinquant'anni che aveva ai passati, gloriosi, venti.
"Accidenti, che bell'arnese!".

   E lo afferrò con entrambe le mani, stringendolo. Gli accarezzò le palle. Era uno splendido, grosso uccello di ventidue centimetri, color cannella scuro, con una peluria nera brillante. Rey non faceva sesso da molto tempo. L'aveva messo in culo a qualche frocetto del riformatorio, ma laggiù i finocchi non erano molto numerosi e gli altri se li contendevano a pugni. Con grande divertimento delle checche: li faceva impazzire vedere i maschietti picchiarsi per loro. Anche lui un paio di volte ne aveva conquistato uno facendo a pugni, ma poi aveva deciso che non ne valeva la pena. Certo, ogni notte si masturbava, ma non era come un buon pompino esperto seguito da una bella fica umida e odorosa con tanto di tette, un bel faccino dai capelli lunghi e il culo come optional, tanto per cambiare.

   E Fredesbinda era la regina dei pompini. Era sempre stata orgogliosa della sua abilità nel succhiarlo. Se lo tolse di bocca solo un attimo, giusto il tempo di chiudere la porta, spogliarsi, gettare Rey sul letto e buttarglisi sopra. E riprese a succhiare. Poi se lo mise dentro lei stessa, ansiosa di provarlo. Aveva una fica scura, ma altrettanto risucchiante della bocca, muscolosa, potente. Rey ebbe tre orgasmi senza perdere l'erezione, e lei non ne aveva ancora abbastanza. Alla fine, sudati e sfiniti, si addormentarono. Faceva un caldo bestiale, e si svegliarono intontiti.

   Mangiarono un po' di riso e fagioli. Fredesbinda gli diede due pesos, e Rey andò a farsi tagliare i capelli. Si sentiva bene. Aveva ritrovato la fiducia in se stesso Farsi una bella scopata e sapere di aver soddisfatto una donna è sempre una cosa stimolante. Rey si sentiva molto maschio. Vigoroso come non mai.

   Quando tornò dal barbiere sembrava un altro. Rasato, coi capelli corti, gli abiti puliti e un paio di ciabatte di gomma quasi nuove. Ma anche così dimostrava più di sedici anni. Avrebbe potuto averne ventidue, o anche ventiquattro. Il suo viso aveva un'espressione dura. E aveva fame, una gran fame.

   Passò una settimana. Né lui né Fredesbinda lavoravano. Sempre chiusi in casa a scopare, mangiare e bere rum. Le "perle" di Rey la facevano impazzire.

   "Papi, ma dove hai preso queste due perle che hai sull'uccello? Non avevo mai visto niente del genere. Tu devi essere pazzo, mandrillone!".

   Rey imparò a usare le "perle" strofinandole contro il clitoride di Fredesbinda. E quelle due "perle" lo trasformarono definitivamente nell'Uomo dal Cazzo d'Oro.

   Poi i soldi e il cibo della vecchia finirono. Scopavano sempre tre o quattro volte al giorno, e lei dimagriva sempre di più, ogni giorno aveva più rughe e il collo coperto di succhiotti violacei. Rum, sigarette, sesso e la radio per ascoltare un po' di musica. Salsa delle migliori. Questa è vita! E così dev'essere, sempre! Cos'altro si può volere? (…)

...

   (...) Una mattina Rey si incamminò verso il suo vecchio quartiere, San Lázaro. Chissà che ne era stato di Fredesbinda? Era molto che non passava da quelle parti. Tutto era come prima. Fredesbinda venne ad aprirgli la porta della terrazza. Con espressione angosciata.

   “ Rey, pensavo che fossi morto! Te ne sei andato senza dire nemmeno ciao”.
Rey attraversò la terrazza fino alla stanza di Frede, e il pensiero che la sua infanzia era trascorsa proprio lì accanto non gli sfiorò nemmeno il cervello. Non guardò da quella parte. Aveva cancellato tutto. Nella stanza di Fredesbinda c’era sua figlia. La piccola jinetera tanto carina per cui si facevano le seghe lui e il suo fratello. Intatta, bellissima, ben vestita in mezzo al sudiciume e al perenne odore di cacca di pollo. Portava degli occhiali neri e ascoltava musica. Quando lui entrò non si girò a guardarlo.

   “ Tatiana, saluta questo mio amico. È Reynaldito, quello che abitava qui accanto, ti ricordi?”.

    La ragazza tese la mano a mezz’aria, aspettando che venisse stretta. Con un dolce sorriso. Rey le diede la mano.

   “ Buongiorno”.

   “ Tatiana, davvero non ti ricordi di lui? L’incidente, quel giorno... la polizia venne a prenderlo... non ti ricordi?”.

   “ Sì, certo”.

   Tatiana continuava a guardare da un’altra parte. Rey capì che doveva essere successo qualcosa. Rivolse a Fredesbinda una muta domanda, e lei, sempre a gesti, rispose che la ragazza non ci vedeva. Uscirono nuovamente sulla terrazza, per poter parlare senza che lei li udisse. Fredesbinda piangeva a calde lacrime.

   “ Ahimé, Rey, madre santa, questo è un castigo di Dio!”.

   “ Cosa le è successo?”.

   “È tornata cieca. Con gli occhi vuoti”.

   Fredesbinda era soffocata dai singhiozzi.

   “ Calmati un po’, Frede. Come è stato?”.

   “ Ma io gliela faccio pagare... voglio gettargli il malocchio... mi costasse la vita! Hanno rovinato mia figlia!”.

   “ Frede, calmati, non riesco nemmeno a capire cos’è successo”.

   “ Ahimé, Rey, madre santa!”.

   Ancora lacrime, ancora singhiozzi e sospiri smorzati nella speranza di non farsi udire da Tatiana. Rey zitto. Forse era meglio andarsene. Se non voleva dirgli cos’era successo, forse era meglio c
he se ne andasse. Fece il gesto di avviarsi. Fredesbinda l’afferrò per un braccio.

   “ Non andartene, Rey... Rey mio, lasciami sfogare un po’! Non so più che fare”.

   Rey incrociò le braccia, aspettando. Dopo altre lacrime e altri singhiozzi Fredesbinda riuscì a controllarsi un po’.

   “ Le hanno fatto firmare una carta e le hanno tolto gli occhi”.

   “ Ha venduto i suoi occhi?”.

    “ No. La carta diceva che lei li donava alla figlia di quell’uomo. La carta era scritta in un’altra lingua, e lei non sapeva cosa le stavano facendo firmare... ah, che disgraziato! E sembrava una persona così perbene, tanto fine ed educato!”.

   “ E dov’è quella carta? Non sei andata alla polizia?”.

   “ La carta ce l’ha lei, ma non si capisce niente. È in un’altra lingua”.

   “ Però... vedo che è tranquilla”.

   “ Quando è arrivata era quasi pazza. L’avevano caricata su un aereo per rimandarmela indietro. Ah, Rey, ma quello stronzo deve pagare... aveva un mucchio di soldi: perché l’ha fatto? Ha accecato la mia bambina. L’ha ingannata”.

   “ Prenditi una pasticca, Frede, sei troppo agitata”.

   “ Sono riuscita a farmi dare del Diazepam, ma lo do a lei, è quasi pazza. Io non dormo più, Rey. Da quando tutto questo è cominciato... lei usciva sempre con gli stranieri, di notte, e io le dicevo bambina mia, fai attenzione, ma lei non mi dava retta... ahimé, la gioventù, Dio mio...”.

   Fredesbinda piangeva disperatamente. Se riusciva a tranquillizzarsi un minuto, dopo ricominciava peggio di prima. Senza parlare Rey andò da Tatiana. La guardò bene. Era uguale a prima. Bellissima. Se avesse avuto i soldi, e una casa, se la sarebbe presa lui, l’avrebbe addirittura sposata legalmente. Se gli fosse capitato fra le mani il tipo che l’aveva rovinata, gli avrebbe strappato gli occhi col coltello. Tornò da Fredesbinda.

   “È così, Frede: la gente coi soldi è più stronza di noi”.

   Fredesbinda fece di sì con la testa. Rey non si trattenne oltre. Andò alla porta, la lasciò aperta per non far rumore e scese lentamente le scale. (...)

...

   Quando si svegliò non riuscì nemmeno a capre se era giorno o notte. non poteva quasi aprire gli occhi. Lui non lo sapeva, ma aveva la febbre a quaranta, e poi a quarantadue. Vomitò. Nausea, capogiri, mal di testa, delirio. Tutto quanto insieme, per schiacciarlo come uno scarafaggio. Non poteva alzarsi. Immagini folli gli attraversavano la mente. Una dietro l’altra. Sua madre che moriva con quel ferro piantato nel cervello. La nonna, stecchita davanti a lui. Suo fratello, spiaccicato sull’asfalto. Lui che chiedeva l’elemosina con il santo in mano. Aveva sete. Molta sete. Voleva dell’acqua. “ Magda, dammi un po’ d’acqua. Acqua Magda acqua Magda acqua Magda acqua Magda…”. Non poteva parlare, lo pensava solo. Una morte orribile. L’agonia durò sei giorni e sei notti. Poi perse conoscenza. E infine morì. Col corpo che già marciva per i morsi dei ratti. Il cadavere si decompose in poche ore. Arrivarono gli avvoltoi. E lo divorarono a poco a poco. Un festino di quattro giorni. Lo divorarono lentamente. Quanto più si disfaceva, tanto più gli piaceva quella carogna. E nessuno ne seppe mai niente.

© Pedro Juan Gutiérrez

Frammenti di Il re dell'Avana

 
   
   
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